Mediterraneo

Con il termine Mediterraneo non si intende solamente un’espressione geografica, non indica solo una regione, e, ancora, il mare da cui prende il nome. Si tratta, invece, di un’idea evocativa, espressa simbolicamente, che apre a significati contraddittori in cui s’intrecciano speranze e illusioni, passioni e interessi, passato e futuro.

Lo storico francese Fernand Braudel definì il Mediterraneo come “[…] mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”, esso è crocevia di popoli, culla dell’Europa, depositario delle civiltà più antiche del mondo, fecondate dalle culture cristiana, greca, slava, oltre che da quella ebraica e musulmana; uno spazio all’interno del quale si è sviluppata ed è maturata la consapevolezza che le differenze sono ricchezza, che è stato, è, e sarà luogo di incontri e di scontri, di sintesi e di distinzione insieme, di armoniosa coabitazione e di aspre diffidenze.

La stessa toponomastica, a livello mondiale, mette in evidenza il ruolo unificatore di terre differenti, non inteso nel senso stesso, ma per estensione, alle popolazioni che le abitano: dal latino (che ha influenzato tutte le lingue occidentali) mediterraneum, al tedesco mittelmer, all’ebraico Hayam Hatikhon, al berbero ilel Agrakal, al giapponese Chichūkai, all’albanese deti mesdhe, all’arabo al-Bar al-Abya al-Mutawassi.

Il Mare Nostrum, così chiamato dagli antichi romani (unici nella storia ad averlo interamente sotto il proprio controllo), è terreno comune a molte realtà sia contemporanee che storiche, un universo (o pluriverso, come definito da Franco Cassano) che con lo scorrere del tempo ha lasciato nell’immaginario collettivo un’aura affascinante che lo rende allo stesso tempo, per chi vi risiede, domestico ed esotico oltre che, per chi lo osserva dall’esterno, meravigliosamente variopinto e, allo stesso tempo, incomprensibilmente unitario.

Il mito del Mediterraneo è un qualcosa che va oltre le società che lo vivono quotidianamente e tocca le sensibilità anche di chi ha questa particolare macro-regione (geografico-ideale) molto lontana sia fisicamente che storicamente.

Il fascino del pluralismo, in contrapposizione ad un universalismo che viene percepito come un fattore di appiattimento e azzeramento delle peculiarità delle differenti culture, coincide con la concezione di un crogiuolo capace di accogliere non solo le diversità attigue, ma anche quelle che, nel mondo odierno, possono giungere da molto lontano: un territorio comune nel quale non si cerca di adeguarsi l’un l’altro, ma si può semplicemente confrontarsi portando il proprio bagaglio culturale.

Scilla, al centro del Mediterraneo, offre numerosi spunti di riflessione ad un artista, come Silvio Vigliaturo, che fa della ricerca e della riscoperta della storia un cardine importante della sua incessante attività progettuale di concetto e di produzione. L’opportunità di poter interagire con gli spazi inseriti nel percorso di Castello Ruffo restituisce ai fruitori un imperdibile occasione di interagire con un ambiente che fonde nello stesso luogo e nello stesso istante la storia con la natura e l’arte. La luce del Mediterraneo è ambiente e diviene alleata delle trasparenze e dei cromatismi vigliaturiani che cercano e trovano un dialogo discreto (ma assai intenso e ricco) con le strutture architettoniche forti e cooperanti con un paesaggio senza eguali.

La società, la storia, la mitologia e la musica sono i passaggi di questa appagante struttura espositiva che si dipana nutrendosi del percorso formativo e di ricerca di Silvio Vigliaturo che ha sviluppato un sistema di valori artistici che si sono consolidati negli anni divenendo allo stesso tempo la base e il punto di approdo di un’intensa attività produttiva.

Ciò che oggi è, ovvero il Maestro del vetro riconosciuto a livello internazionale, non è un percorso casuale e i tasselli di questo mosaico sono imprescindibilmente legati tra loro.

L’arte è un mezzo espressivo che si presta quale strumento ideale di numerose finalità, soprattutto grazie alle evoluzioni avvenute in epoca contemporanea, ma in certi casi essa recupera il suo più antico e ludico aspetto: quello legato al piacere della fruizione, alla ricerca della bellezza, allo studio cromatico e plastico rivolto all’appagamento visivo, all’estetica intesa nella sua più positiva accezione. Recuperando una visione che ci giunge dall’Arte Classica che, pur didascalica, era soprattutto decorativa, Silvio Vigliaturo rielabora un modus operandi e un concetto antico che attualizza la sua arte, che fa ritornare la scultura a ciò che era un tempo: forma, tecnica e colore. Certo, la nostra mente, oggi, non associa le figure di epoca romana ai cromatismi, ma al candore del marmo o alla profondità dell’ossido bronzeo, però l’antichità classica era colore, vivacità e pienezza estetica: aspetti che il nostro protagonista elabora in chiave contemporanea andando oltre i classici materiali e plasmando le sue opere attraverso il vetro. Il colore è per lui fondamentale ed è utilizzato quasi pittoricamente: i pigmenti, preparati personalmente dall’artista, condividono gioiosamente e armonicamente lo spazio visivo generando un piacere inconscio che si associa alla razionale piacevolezza delle composizioni siano esse di piccole dimensioni che grandi o monumentali.

La materia è fondamentale e se da un lato la tecnica specifica per la sua lavorazione è padroneggiata con grande sicurezza e salda esperienza, dall’altro è altamente funzionale alle finalità che il lavoro di Vigliaturo si pone: le trasparenze unite ai cromatismi danno vita a riflessi e movimenti che proiettano le sculture oltre la semplice tridimensionalità plastica; l’ambiente è inondato dalla presenza dell’opera che riverbera il proprio volume nello spazio grazie all’alleanza preziosa tra masse e colori che il vetro riesce a proiettare intorno a sé. Non è un’invasione dello spazio, ma la creazione di una più ampia area di coinvolgimento a caratterizzare questo esaltante processo che in modo discreto, ma vigoroso accoglie e accompagna il fruitore creando sensazioni intense ed esperienziali. L’ambiente rivive e si connota come una sorta di scenografia, di spazio pittorico in cui lo stesso fruitore entra fisicamente.

La storia e la tradizione acquisite ed elaborate caratterizzano il lavoro di Silvio Vigliaturo anche per ciò che riguarda la concreta realizzazione delle sue opere: le sculture create in vetro si basano su tecniche antiche, acquisite in anni di lavoro in fucina carpendo gli insegnamenti del Mastro vetraio che “ha scelto” quel giovane di bottega per mostrargli, non insegnargli, i segreti di una professione tanto antica quanto di rilievo. Il lavoro è concretezza ed esperienza e per questo un artigiano di valore, un Maestro, non può teorizzare eccessivamente, ma consente a chi investe del ruolo di suo “successore” di osservarlo in tutte le fasi, dalle più semplici alle più delicate e arcane così da renderlo partecipe e padrone della tekné.

Così Vigliaturo fa suo un bagaglio di competenze preziose che riporta al suo contesto e gli consente di realizzare lui stesso le opere, senza servirsi di mediatori che potrebbero svilire la sua opera e renderla un oggetto “a quattro mani”. Punto focale: l’idea deve scaturire dalla mente che comanda la mano che la realizzerà. La tecnica non è finalizzata alla semplice produzione, ma all’espressione artistica e così l’eredità del suo maestro non è strumento per creare opere di artigianato, ma opere d’arte: una forma d’arte che spicca il volo e intraprende il percorso dell’innovazione e della contemporaneità con la consapevolezza della tradizione tecnica ed estetica che vengono da una storia antica e ricca che non si dimentica, anzi si valorizza e onora con un contributo conscio, concreto e stimolante.

Anselmo Villata